Afghanistan. Inarrestabile l’avanzata talebana. Come si è arrivati fin qui?

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Dal primo maggio, data dell’inizio della ritirata delle forze NATO e USA in particolare, i talebani sono avanzati in maniera apparentemente inarrestabile nel territorio afghano e nell’arco di 10 giorni i principali distretti sono caduti nelle loro mani fino alla capitolazione definitiva della capitale, Kabul, avvenuta il 15 agosto. La caduta del governo e la disfatta dell’esercito afghano sono state così repentine che con difficoltà ci si è resi conto di quello che è veramente successo e ora si tirano le fila di una guerra durata vent’anni e che ha visto il totale fallimento dell’Occidente. Ma come si è giunti a questo? Come hanno fatto i talebani ad avanzare così velocemente giorno dopo giorno? Ma soprattutto, quale sarà ora la risposta della comunità internazionale?

Non è facile sintetizzare le dinamiche che hanno portato a questo risultato: tanti sono stati gli errori commessi fino ad oggi, la somma dei quali ha condotto allo scenario a cui oggi assistiamo. Il ritiro delle truppe NATO, e statunitensi in particolare, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’ultimo mattoncino che era rimasto a sostegno del fragile governo afghano di impronta filo-occidentale: eliminato quello, l’intera struttura è crollata.

L’occupazione dell’Afghanistan era iniziata il 7 ottobre 2001 con l’operazione Enduring Freedom, voluta dal presidente George Bush in risposta all’attacco dell’11 settembre: l’obiettivo era quello di estirpare al Qaeda, l’organizzazione terroristica con base in Afghanistan dal quale l’attacco era partito, rovesciare il governo talebano, a capo dell’allora Emirato Islamico di Afghanistan, e in un secondo momento contribuire alle operazioni di state building, instaurando un governo filo-occidentale con la speranza di esportare così la democrazia nel paese.

Le truppe americane hanno occupato il suolo afghano per vent’anni con lo scopo di pacificare l’area e, dal 2014, anche di occuparsi dell’addestramento dell’esercito del governo afghano, affinché potesse difendersi dal pericolo di un ritorno dei talebani. Tuttavia, l’addestramento è stato tardivo e lento, portando l’esercito afghano a fare eccessivo affidamento sulla forza aerea americana. Questo in parte spiega il motivo per cui l’esercito governativo si è praticamente dissolto con l’avanzata talebana. Va anche aggiunto che a causa della corruzione tra i vertici dell’esercito, i finanziamenti americani non venivano sempre bene investiti nell’acquisto di un adeguato equipaggiamento per i militari e per il pagamento degli stipendi, contribuendo alla diffusione del malcontento e demotivando i soldati afghani. Inoltre, la presenza straniera sul territorio ha destabilizzato la zona ed esposto il paese alle influenze e le mire di attori stranieri, in primo luogo il Pakistan, principale sostenitore dei talebani, ma anche Cina e Russia. Altro elemento che sicuramente ha contribuito alla mancata risoluzione dei conflitti interni è la corruzione dilagante tra le istituzioni afghane, il cui difetto di democraticità e legittimazione le ha allontanate dalla società. Di questo i talebani hanno saputo approfittare, raccogliendo consensi tra i delusi e proponendosi come alternativa ad un governo non più rappresentativo della popolazione.

La difficoltà della democrazia di instaurarsi e stabilizzarsi è dovuta anche alla storia e alla cultura afghana, che non ha mai conosciuto un vero governo democratico. Va infatti ricordato che prima dell’ascesa talebana al governo nel 1996, il paese ha vissuto sotto l’occupazione sovietica fino alla cacciata dell’Armata Rossa nel 1989 ad opera dei mujahidin e in uno stato di guerra civile fino alla presa del potere da parte dei talebani. Addirittura, già nell’Ottocento il paese era pressato dall’influenza britannica che già dominava tutto il Subcontinente, e da sempre è esposto alle mire delle potenze regionali per la sua posizione. Internamente diviso in tribù, etnie e clan diversi, spesso in conflitto tra loro, ha vissuto lunghi periodi di guerre e conflitti.

Dopo l’intervento statunitense, il governo filo-occidentale di Ashraf Ghani ha permesso a una nuova generazione di vivere in un contesto completamente diverso rispetto all’oscurantismo e alla repressione regime talebano precedente, avendo la possibilità di esercitare alcune delle libertà che a noi sembrano scontate, come il diritto allo studio, in particolare per le donne.

Con il ritorno dei Talebani al potere e il ripristino della sharia, molti giovani dovranno rinunciare ai pochi diritti acquisiti in questi venti anni e dovranno fare i conti con una realtà alla quale non erano abituati. La democrazia è un fattore culturale che non può essere imposto, ma la vicinanza con i governi occidentali ha permesso a molti giovani, specialmente universitari, di comprendere e di vivere qualcosa di diverso dalla rigorosa ed estremista applicazione delle leggi coraniche.

Nell’evolversi delle vicende, specialmente in questi ultimi due anni, sono stati commessi molti errori, a partire dalla firma dell’accordo di Doha, tra Stati Uniti e Talebani, promosso da Trump il 29 febbraio 2020, sottoscritto senza consultare il governo di Ghani, il quale prevedeva il ritiro progressivo e definitivo delle truppe americane dal territorio afghano (entro 14 mesi), il cui numero era stato già ridimensionato notevolmente nel corso dell’amministrazione Trump. Questo ha indebolito fortemente il già fragile governo in carica e rafforzato invece l’immagine dei Talebani. Tuttavia, Biden ha confermato questa decisione, annunciando il rientro totale delle forze statunitensi entro la data simbolica dell’11 settembre (poi anticipato al 31 agosto), segnando in questo modo il destino del paese. I Talebani non sono stati a guardare e oggi ci troviamo di fronte ad una situazione tanto drammatica quanto prevedibile.

Sta ora alla comunità internazionale decidere che strategia adottare: il primo passo sarà sicuramente quello di dialogare con i leader politici del movimento, in particolare con Abdul Ghani Baradar, proclamato presidente del nuovo Emirato islamico, e ottenere garanzie di rispetto delle norme di diritto internazionale e in particolare dei diritti umani. Come ha infatti dichiarato il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, lo scorso 17 agosto in conferenza stampa, “un governo che non rispetta i diritti fondamentali di tutti gli afghani e ripristina il regno del terrore, rischia l’isolamento internazionale”. È, infatti, proprio su questa scia che i governi occidentali si stanno muovendo, spingendo per avere garanzie da parte del governo talebano.

Ad oggi però, la situazione sembra ancora precaria, con l’aeroporto di Kabul sotto il controllo delle forze americane e britanniche e le vie d’accesso, invece, sotto quello talebano. Si registrano giornalmente tensioni, sparatorie e conflitti mentre progressivamente si concludono le operazioni di rientro dei connazionali occidentali e degli afghani che in questi anni hanno collaborato con le rappresentanze dei vari Stati occidentali e NATO presenti a Kabul. Sono questi giorni decisivi, in cui la comunità internazionale dovrà dimostrare la propria fermezza nel richiedere il rispetto dei diritti umani, in particolare nei confronti delle donne e vigilare su un possibile ritorno del pericolo terrorista, con un importante sforzo da parte degli apparati di intelligence occidentali che già stanno lavorando sui presunti contatti tra i Talebani e le forze di Al Qaeda.

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