“È ora di porre fine a questa lunga guerra […] Solo gli afghani hanno il diritto e la responsabilità di guidare il loro Paese “, questo ha dichiarato il Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden il 15 aprile scorso, annunciando il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021. Una giornata non casuale, che aveva già la sua gravosa importanza e che adesso assumerà un nuovo significato. La data che segnerà il ventesimo anniversario dell’attacco al World Trade Center di New York sarà anche la data di chiusura ufficiale della guerra più lunga degli Stati Uniti.

La smobilitazione annunciata dal Presidente Biden, il quale ha affermato di non voler essere a capo della quinta presidenza responsabile della guerra, sarà un ritiro combinato di tutte le forze NATO ancora dispiegate sul territorio. Ad oggi infatti, sul suolo afghano, sono ancora presenti 2,500 militari statunitensi (3,500 secondo un articolo del New York Times[i]), 1,300 tedeschi, 895 italiani, 750 inglesi e 600 turchi. Il Presidente afghano Ashraf Ghani ha rivelato, attraverso i social network, di aver parlato con il Presidente Biden riguardo il ritiro dei soldati statunitensi e ha dichiarato che “la Repubblica islamica dell’Afghanistan rispetta la decisione americana e lavorerà con i suoi partner per assicurare una transizione senza scosse. La sicurezza afghana e le sue forze di difesa sono pienamente in grado di difendere il loro popolo e il loro Paese”.

Il ritiro statunitense perciò avverrà con ben quattro mesi di ritardo rispetto a quanto già stabilito dall’ex Presidente Donald Trump nel febbraio 2020, con l’accordo siglato a Doha tra Stati Uniti e Talebani che prevedeva il ritiro completo delle truppe entro il primo maggio 2021. In base all’accordo firmato a Doha, i Talebani avrebbero dovuto rispettare determinate condizioni ed impegni internazionali, tra cui la rottura con i gruppi terroristi e la disponibilità sul processo di pace. Il Presidente Biden ha invece deciso di posticipare il ritiro e di chiudere il conflitto senza condizioni, una scelta in linea con la sua politica estera per cui non esisterebbe una soluzione militare e che vede nell’approccio basato su condizioni un modo per restare per sempre in Afghanistan.

Un conflitto durato vent’anni e che, da ottobre 2001 ad aprile 2021, è costato la vita a 241,000 persone, di cui 71,344 soltanto tra i civili. Le ultime truppe saranno ritirate ma l’Afghanistan, dopo due decenni di conflitto, non mostra un quadro molto dissimile rispetto a quello del 2001. Il Paese era e resta ancora diviso: la sconfitta di al-Qaeda ha lasciato un vuoto che è stato prontamente riempito dall’Isis, Kabul è controllata dal governo di Ashraf Ghani, le aree del sud dai Talebani, quelle del nord dai signori della Guerra locali, i territori del centro dagli Hazara sciiti. I colloqui di pace intra-afghani tra il governo centrale e i Talebani sono iniziati a Doha il 12 settembre 2020. I negoziati, avviati sotto pressione statunitense, avevano come principale obiettivo quello di ridurre gli attacchi talebani nelle zone urbane del Paese (anche se, il 12 maggio, i Talebani hanno preso il controllo del distretto di Nirkh, a circa 40 km da Kabul, e del distretto di Burka, a Nord della capitale). Contestualmente ai negoziati, nelle aree rurali del Paese, gli scontri tra forze talebane e governative sono di nuovo aumentati, con le due fazioni che si puntano il dito reciprocamente e si accusano a vicenda di voler ampliare la propria influenza sul territorio. Lo scorso 16 maggio, dopo una tregua temporanea in seguito all’annuncio del Presidente Biden, i combattimenti tra le due parti sono ripresi nella provincia di Helmand, con il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, che ha accusato le forze governative di aver riaperto gli scontri.

E infine, tra il ritiro delle truppe NATO e il cessate il fuoco tra governo e Talebani, l’Isis è tornato a farsi sentire e ha sferrato nuovi attacchi contro la capitale Kabul. Domenica 16 maggio, è stato rivendicato dal gruppo terrorista l’attacco del 14 maggio contro la moschea di Haji Bakhshi, un’esplosione che ha causato 12 vittime e 15 feriti. Un altro tragico evento, sempre rivendicato dall’Isis, si è poi verificato l’8 maggio, con l’esplosione di un’autobomba davanti ad una scuola femminile sciita di Kabul a cui sono seguite altre due esplosioni di ordigni artigianali. Almeno 63 persone sono rimaste uccise, la maggior parte giovani studentesse tra i 12 e i 15 anni che stavano lasciando la scuola dopo la fine delle lezioni.

In un contesto tanto fragile e tanto precario, il ritiro degli ultimi soldati NATO potrebbe peggiorare il quadro del Paese, scatenando un picco di scontri e violenze. Il Presidente Biden ha comunque ammonito i Talebani di rispettare i loro impegni contro il terrorismo ma la comunità internazionale si sta mostrando molto preoccupata riguardo alla situazione afghana. Il governo cinese, in particolare, ha definito la decisione statunitense come un passo affrettato e teme che la scelta possa avere ripercussioni negative sul processo di pace e sulla stabilità dell’Afghanistan, invitando l’ONU a intensificare la sua presenza nell’area. In conclusione, l’Afghanistan è un Paese che porta ancora i segni e le ferite dei decenni di conflitti che ha dovuto subire: l’invasione sovietica dal 1979 al 1989, la presa di potere dei Talebani negli anni ’90, la guerra civile, l’invasione statunitense dopo gli attentanti del 2001. In un Paese marcato da tali violenze, il processo per raggiungere una stabilità duratura sarà ancora lungo e piuttosto travagliato, a condizione che si riescano finalmente ad interrompere gli scontri interni sul territorio.


[i] https://www.nytimes.com/2021/03/14/world/asia/us-troops-afghanistan.html

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