Afghanistan: Trump riduce ulteriormente le truppe sul territorio. Quali le conseguenze?

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Trump ha dichiarato di voler rimpatriare un gran numero di soldati impegnati in guerre di lungo termine in Afghanistan, Somalia e Iraq. Era questo, infatti, uno dei punti principali del suo programma e pare che il presidente voglia tenere fede alla sua parola prima di lasciare il posto al suo successore, Joe Biden, il 20 Gennaio. Il ritiro delle truppe da questi territori, dovrebbe avvenire entro il 15 gennaio 2021: si tratterebbe quindi di un rientro forse troppo precipitoso che provocherebbe conseguenze da non sottovalutare. Lo scenario che più preoccupa è quello che si prospetta in Afghanistan. Il 29 febbraio di quest’anno, Trump ha sottoscritto un accordo di pace con i Talebani con il quale si prevede il ritiro delle forze statunitensi da tutto il territorio afghano entro 14 mesi. Per questo motivo delle 12.000 unità presenti in quella data, oggi ne rimangono solo 4.500 effettive sul territorio. Circa 10 basi americane sono già state liberate e il presidente vorrebbe ridurre ulteriormente le forze a 2500. Il ritiro totale sembra quindi alle porte. Ma quali saranno le conseguenze sul piano politico afghano?
I Talebani, di etnia pashtun, sono a capo dell’insorgenza contro il governo afghano, riconosciuto dal mondo occidentale e con a capo attualmente Ashraf Ghani. Il presidente della Repubblica afghana ha recentemente aperto un dialogo nei confronti dei Talibani, senza però ottenere fin’ora alcun risultato. L’insorgenza locale, dovuta all’insoddisfazione per un governo non rappresentativo, alla presenza straniera sul territorio e alle lotte intestine tra le diverse etnie, rispecchia il malcontento del Paese e attira proseliti laddove il potere di controllo del governo è più debole, al di fuori delle città principali come Kabul. Dall’attacco statunitense del 2001, il Paese vive in un perenne stato di guerra. L’impegno americano, iniziato nel 2001 con la missione Enduring Freedom, in seguito all’attacco dell’11 settembre, consisteva nell’estirpare le forze terroristiche legate ad Al-Qaeda presenti nel Paese ed impedire il proliferare di nuove iniziative dei terroristi a danno degli Stati Uniti. In modo da rendere più efficiente e duraturo il raggiungimento di questi risultati, uno degli obiettivi primari era quello di aiutare le forze militari afghane ad affrontare la minaccia terroristica e rendere il governo in grado di tenere sotto controllo gli attacchi e le proteste dei ribelli. Era questa la conditio sine qua non che avrebbe permesso un disimpegno statunitense in pace, con garanzie di sicurezza per gli Stati Uniti e per la popolazione afghana. Tuttavia, il governo di Karzai, sostenuto degli USA, non godeva dell’appoggio popolare, essendo considerato non rappresentativo della maggioranza pashtun della popolazione e anche oggi, con Ghani al governo, nessuna pace è stata ancora raggiunta: il dialogo tra il governo locale e i Talebani rimane difficile e irto di ostacoli e l’intervento americano non ha portato passi avanti. Dall’accordo stipulato con Trump a febbraio, infatti, non sono cessati gli attacchi dei Talebani che anzi si sono intensificati proprio nelle zone lasciate libere dal ritiro americano. La situazione quindi è ancora molto delicata e un improvviso ritiro americano potrebbe lasciare un vuoto che i Talebani non esiterebbero a colmare. Si potrebbe ricreare, secondo questa prospettiva, una situazione analoga a quella dell’Iraq post 2011, quando l’amministrazione Obama ordinò il ritiro totale delle truppe americane consentendo la diffusione dell’Isis. Questa è stata l’osservazione del leader repubblicano Mitch McConnel, al quale sono seguite altre obiezioni alla decisione del presidente. L’ex Segretario della Difesa Mark Esper, sostituito da Christopher Miller come capo del Pentagono per la sua vicinanza alle posizioni di Trump, ha espresso il suo disappunto ad un ritiro accelerato dall’Afghanistan. Si incontra l’opposizione perfino del governo di Kabul, secondo il quale il pericolo terroristico, lungi dall’essere risolto, minaccia ancora gli interessi dell’Afghanistan e dei suoi alleati. Anche la NATO si unisce al coro dei dissensi: il 17 Novembre il Segretario Generale Jens Stoltenberg ha ricordato l’impegno comune (non solo statunitense) preso in Afghanistan e la necessità di un ritiro coordinato e ordinato delle forze.
L’amministrazione Trump sembra comunque decisa a portare avanti il progetto, che dovrebbe poi essere concluso dall’amministrazione Biden il prossimo anno.

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